(Università degli Studi di Napoli "Federico II" e Compagnia di San Paolo Torino)
Meriggi Marco (coordinatore), Maria Carmela Schisani (responsabile dello sviluppo e implementazione del progetto del database ifesmez.unina.it), Lilia Costabile, Renata De Lorenzo, Silvio de Majo, Adriano Giannola, Luigi Musella
Le cause del ritardo del Mezzogiorno e il posizionamento cronologico dell'apertura del divario dualistico italiano possono essere efficacemente rilette attraverso un'analisi di carattere sistemico e di lungo periodo che ponga attenzione all'interazione tra fattori interni e dinamiche esogene al sistema Mezzogiorno/Stato nazione, spesso oggetto di studi storici ed economici divergenti nei risultati rispetto alla base di partenza analitica (alternativa sistema stato/economia-mondo).
La proposizione di uno studio che rilegga la storia dell'economia del Mezzogiorno alla luce della dialettica Stato-capitale internazionale nel periodo della prima globalizzazione (retrodatazione al 1850/rivoluzione finanziaria in Europa), è un'efficace chiave di lettura che coniuga le due dimensioni di analisi.
Definire i rapporti di cooperazione/opportunismo e quindi le direzioni del controllo tra alta finanza internazionale, attori politici e gruppi sociali legati al territorio (principal-agent theory) e della distribuzione dei vantaggi della contrattazione tra tali attori rende complementari le ottiche di studio della modernizzazione e della dipendenza.
Il supporto degli strumenti di base della teoria dei giochi permette di decodificare questi comportamenti, ponendo le istituzioni (stato assoluto, organi locali e periferici dello stato liberale) e il loro "uso" da parte degli agenti come nodo di raccordo nell'interazione tra fattori interni e dinamiche esogene al sistema considerato.
Nell'analisi del rapporto sviluppo economico/globalizzazione, gli esiti della riflessione teorica su modernizzazione (Rostow, Gerschenkron) e dipendenza (Wallerstein, Arrighi), divergenti per focus di analisi, possono considerarsi, per lo stesso motivo, complementari. Vedere alternativamente le cause del sottosviluppo di un sistema economico come interne (modernizzazione/istituzioni, società , fattori economici) o esterne (dipendenza/capitale internazionale, imperialismo) può evidentemente suggerire risultati contraddittori sui percorsi di crescita.
Tale scollamento è riscontrabile anche nella letteratura sulle radici del ritardo del Mezzogiorno con l'esito di una interpretazione spesso non coerente. Da qui l'idea della presente proposta di ricerca.
Sull'afflusso di capitali esteri e sugli interessi dell'alta finanza internazionale nell'Italia pre e post-unitaria esiste un'ampia letteratura che ne ha tracciato le traiettorie e tentato una quantificazione (Gille, Cameron, Hertner, De Cecco). Studi più specifici su economia, finanze pubbliche e infrastrutture del Mezzogiorno (Ostuni, de Majo, Bruno, De Benedetti) confermano l'interesse del capitale straniero per quest'area nel "lungo XIX secolo" (Nitti).
Altrettanto significativi sono gli studi sulla struttura delle reti del potere politico e sociale del Regno borbonico. Su linee parallele è stata analizzata, da una parte, la dipendenza di uno stato politicamente e finanziariamente debole da attori esterni al sistema (Santa Alleanza, haute finance) (Romeo, Schisani), dall'altra, l'appoggio del consenso su determinati attori interni (oligarchia mercantile e finanziaria) a danno di altri (ceti produttivi e proprietari) (Davis). Gli esiti di entrambe le linee di analisi evidenziano che lo stato assoluto, con l'esclusione delle rappresentanze degli interessi del territorio dal decision making, compromette la sopravvivenza del Regno (Demarco).
Lo Stato postunitario, viceversa, fa ri-entrare il territorio nei luoghi delle scelte di politica economica. L'alterazione dei preesistenti rapporti centro-periferia, che fa di Napoli un nodo intermedio, muta gli equilibri territoriali del Mezzogiorno (Massafra, Salvemini). Le élites notabilari locali, cui è delegata la rappresentanza del territorio negli organi centrali e periferici dello Stato (Romanelli) divengono agenti attivi della contrattazione sia per il recupero/mantenimento di centralità del proprio territorio sia per le direzioni dei flussi finanziari (fonti di finanziamento e spesa). In tal senso, le istituzioni e le "organizzazioni" (North) divengono il perno su cui ruotano le politiche di infrastrutturazione del territorio a livello nazionale (ferrovie, porti) e locale (networked city) (Merger, Carreras), su cui si gioca l'interazione col capitale internazionale nel divenire della global finance (Chapman, Landes, Cassis, Flandreau).
Manca in tale quadro una ipotesi interpretativa di carattere sistemico che raccordi e approfondisca tali risultati.
Obiettivo generale della ricerca è una rilettura della storia dell'economia del Mezzogiorno a partire dalla dialettica stato-capitale internazionale. Un'analisi di questo tipo che faccia uso degli strumenti base della teoria dei giochi - e che implichi una visione di carattere sistemico di livello interno ed esterno - sembra essere una via valida per la ricomposizione delle contraddittorie interpretazioni sulla crescita del Mezzogiorno. Il punto di partenza è stabilire attori coinvolti, strategie adottate e interrelazione tra comportamenti degli stessi, in relazione all'ambiente in cui si muovono (locale/nazionale/internazionale). Il punto di arrivo è analizzare la distribuzione dei vantaggi di tale gioco che si svolge nell'ambito dell'onda della prima globalizzazione in cui possono trovare spiegazione situazioni di debolezza/dipendenza con risultati positivi per una sola parte e situazioni in cui le condizioni sistemiche consentono un vantaggio per tutti gli attori.
Obiettivo specifico è definire i rapporti di cooperazione/opportunismo e dunque le direzioni del controllo tra alta finanza e attori legati al territorio. In tal senso, al 1861, la ristrutturazione delle reti del potere politico a più livelli, con il mutamento del ruolo di Napoli a centro amministrativo di rango inferiore, coincide con la ristrutturazione delle reti dell'alta finanza internazionale interessate, dal 1850, da un processo di rivoluzione strutturale e di concentrazione del capitale accompagnata dall'intensificazione della sua esportazione dai canali tradizionali dei prestiti ai governi agli investimenti diretti nell'infrastrutturazione e nell'organizzazione del territorio. Ciò passa per lo studio delle relazioni tra haute finance e Stato assoluto borbonico (debito pubblico) vs haute finance e organi rappresentativi dello Stato unitario in cui la crescita del territorio - divenendo istanza politica - introduce le rappresentanze locali come attori fondamentali della dialettica stato-capitale.
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